4 novembre 2016

Cosa ci dobbiamo aspettare dalla COP22 di Marrakesh?

Venerdì 4 novembre è entrato ufficialmente in vigore l’Accordo di Parigi. Siglato durante la COP21 dello scorso dicembre, è stato ormai ratificato dalla soglia minima di paesi richiesta: almeno 55 Stati che producano in totale il 55% delle emissioni globali. Gli occhi quindi sono tutti puntati sulla COP22, il summit sul clima che si terrà a Marrakesh, in Marocco, a partire dal 7 novembre. Cosa dobbiamo aspettarci? Quali sono i temi in agenda? In base a cosa si potrà dire che la COP22 sarà stata un successo o un fallimento?

La COP22 deve decidere il ‘come’

Se a Parigi l’obiettivo era trovare un’intesa globale sul ‘cosa’, a Marrakesh si parlerà del ‘come’. A partire dall’accordo-quadro, cioè dall’impegno a mantenere il riscaldamento globale “ben al di sotto” dei 2°C e possibilmente entro 1,5°C, i paesi che parteciperanno dovranno mettere sul tavolo impegni concreti, strategie nazionali da coordinare e armonizzare. In poche parole: la COP22 dovrà tradurre in realtà quegli impegni che per ora restano su carta.

Il compito non è facile. Lo lasciano intuire gli accordi sugli HFC e sulle emissioni del comparto aereo raggiunti di recente. Entrambi i temi erano stati lasciati fuori dal testo dell’Accordo di Parigi perché controversi: le divergenze rischiavano di bloccare tutto. Ma anche una volta affrontati in separata sede hanno portato risultati discutibili, con compromessi eccessivamente al ribasso e impegni non in linea con la minaccia rappresentata dai cambiamenti climatici.

A ciò va aggiunto l’obiettivo – ancora più complesso – della COP22: mettersi d’accordo sui dettagli reali, cioè cambiare realmente modi di produzione, politiche energetiche e impegni economici, sarà con tutta probabilità un processo più lungo e farraginoso rispetto all’aderire in linea di principio a un obiettivo sul clima.

I protagonisti
Da non sottovalutare l’effetto dei risultati delle elezioni negli Stati Uniti, che si terranno l’8 novembre a summit appena avviato. Si tratta di una spada di Damocle sulla buona riuscita della COP22. Il candidato repubblicano Donald Trump ha più volte affermato di voler annullare gli impegni presi da Obama, così una sua vittoria potrebbe rallentare notevolmente i lavori. A prescindere dal risultato, ad ogni modo, molti osservatori dubitano che gli Usa, in una fase di passaggio così delicata, possano fare da traino con proposte ambiziose.

Sull’altra sponda dell’Atlantico la situazione non è poi tanto migliore. È vero che la Francia si è eretta a paladina della lotta ai cambiamenti climatici, ma anche Parigi paga l’inesistente fiducia nel presidente François Hollande (le ultime rilevazioni parlano chiaro: non va oltre un misero 4%). L’altra metà della locomotiva europea non sta meglio, anche se per motivi diversi. Angela Merkel si presenterà senza un piano nazionale sul clima degno di questo nome: quello reso pubblico a settembre indica obiettivi generici di tagli alle emissioni, ma non specifica nulla riguardo al come raggiungerli, né fa cenno ai nodi principali come il phase-out del carbone. Proprio ieri il ministero dell’Ambiente di Berlino sollecitava la Cancelliera a convincere i ministri del suo partito a non fare barricate, ma gli è arrivato di rimando un secco ‘nein’.

 

La cabina di regia della COP22

Tutti gli Stati che hanno ratificato l’Accordo prima della sua entrata in vigore faranno parte del CMA, un tavolo che ha il compito di supervisionare l’implementazione, proporre e contrattare modifiche agli impegni dei singoli paesi. Il suo primo passo sarà analizzare il report dell’Unep che mette nero su bianco la distanza tra gli impegni sulla riduzione delle emissioni e i tagli necessari a rispettare gli obiettivi sul clima. Un buon indicatore della riuscita (o meno) della COP22 sarà la solidità e la tempistica degli impegni decisi a Marrakesh: è fondamentale individuare passi concreti da mettere in pratica prima del 2020, sia per quanto riguarda le emissioni, sia per le promesse sulla finanza climatica.

 

La revisione degli impegni

Compito fondamentale del CMA sarà stabilire un processo per accertare e rivedere gli impegni del paesi sulla base dell’Accordo di Parigi, le cosiddette Nationally Determined Contributions o NDC. È importante che il processo inizi alla COP22, così che possa passare quanto prima alla fase di revisione, con obiettivi aggiornati e al passo con la situazione del riscaldamento globale attuale. In particolare, il CMA dovrà trovare un’intesa sui criteri di valutazione, che saranno poi usati nella revisione programmata (tardi) per il 2018. Cina e India si sono finora opposte all’ipotesi di verifiche condotte da esperti indipendenti.

 

Il nodo dei finanziamenti climatici

Altro punto centrale è quello dei finanziamenti climatici, utili ad implementare misure di taglio delle emissioni (mitigazione) e di difesa dalle catastrofi nei paesi poveri (adattamento). A Parigi non si era andati oltre i 100 mld di dollari, ora si tratta perlomeno di chiarire tempi e modi dei versamenti. Il tema più delicato è ancora una volta quello dei risarcimenti climatici per le perdite e i danni irreparabili (loss and damage) subìti dai paesi vulnerabili a un cambiamento climatico innescato dalle economie avanzate. Alla COP21 Ue e Usa si erano ferocemente opposti a qualsiasi meccanismo vincolante.

 

Fonte: Rinnovabili.it